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Sì al divorzio marocchino: siamo sempre più islamizzati

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Posted on: 10/09/17
I mariti italiani saranno rosi dall'invidia a sentire che a Padova un uomo, con il consenso di un giudice, ha dato alla moglie il benservito con un assegno di duemila euro, non uno di più. Si stenta a crederci nel Paese dove il matrimonio ha tradizionalmente rappresentato un'assicurazione sulla vita per il gentil sesso. Invece è accaduto davvero, e senza atti sovversivi ma per ordine di un tribunale italianissimo. Non siamo all'islamizzazione del diritto ma è pur sempre un crinale scivoloso. Dopo essere convolati a nozze nel 2014, due giovani poco più che ventenni hanno deciso, di comune accordo, di separarsi. Lui è arrivato in Italia quand'era un bambino, lei è nata sul suolo italiano da una coppia di immigrati marocchini. Davanti al giudice i due hanno deciso di avvalersi del regolamento europeo che consente ai coniugi di scegliere la legislazione applicabile in caso di divorzio, purché questa sia legata al passaporto di uno dei due o alla residenza effettiva della coppia. Tra il divorzio breve all'italiana e quello istantaneo alla marocchina i due non hanno esitato un istante: avanti con il divorzio immediato consentito dal Mudawwana, l'ordinamento marocchino che regola il diritto di famiglia e non prevede il limbo della separazione. Essendo cresciuti i due protagonisti nel nostro Paese, del quale la moglie ha pure acquisito la cittadinanza, c'è da ritenere che si sia trattato di una sorta di scappatoia perfettamente legale per risolvere la pratica minimizzandone i costi economici ed emotivi. Non è la prima volta che un tribunale italiano riconosce il divorzio immediato per mutuo consenso, la normativa europea che consente l'opzione à la carte punta a scongiurare il cosiddetto turismo giudiziario che portava uno dei coniugi a chiedere il divorzio prima dell'altro per assicurarsi la legge più favorevole. Alla donna italo-marocchina è stato riconosciuto un assegno di duemila euro che comprende sia il «sadaq» (dono nuziale) che quello di consolazione, determinato in base alla durata del coniugio e alla capacità finanziaria del coniuge. Non è la prima volta che una Corte italiana applica una normativa straniera per regolare la fine di un matrimonio, la novità è che tale applicazione sia estesa ai rapporti patrimoniali. Nel 2008 la Corte d'appello di Cagliari ha dichiarato efficace un provvedimento di divorzio pronunciato da un tribunale egiziano e fondato sul «talaq», il ripudio, in quanto non contrario all'ordine pubblico italiano. In India un marito musulmano può abbandonare legalmente moglie e figli pronunciando tre volte la parola «talaq» (ti lascio), anche via sms, Facebook o Skype. Fino a pochi anni fa a Rabat una donna poteva chiedere il divorzio solo in presenza di danni fisici o morali comprovati, fino al 2014 era consentito il matrimonio riparatore, esimente per lo stupratore che sposi la vittima delle violenze. Nel Regno Unito esistono un centinaio di Corti islamiche che applicano la sharia e gestiscono il 95 per cento dei divorzi tra musulmani costituendo di fatto una società parallela, uno Stato nello Stato. Il rischio è quello di un Occidente benevolo con una legge, quella islamica, che cristallizza la subalternità femminile in nome di una concezione patriarcale, un passato per noi archiviato. Guai a resuscitarlo.




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